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Il giardino e le erbacce

Immaginate febbraio, in pieno inverno. Vi socchiudono un alto cancello di ferro ed entrate nel piccolo giardino di una antica villa signorile. Lo spazio è angusto, vedete ovunque erbacce con tenace gramigna abbarbicata al terreno gelato, infiltrata qua e là da rari fili d’erba. Nella penombra di grossi alberi contorti e puntellati, giovani tronchi sofferenti si sporgono in alto verso la poca luce che filtra, avviluppati da arbusti. Sul bordo del vialetto i roseti sono ammassi di rovi intrecciati, mai potati. Ovunque edera e rampicanti avvolgono i tronchi e i rami, succhiandogli la linfa. In ogni anfratto dei muri e dei vialetti esplodono cespugli di erbacce e rovi, ovunque ci sia terra residua, tanto che il passaggio è difficoltoso e la forma dei vialetti si intuisce appena. Qua e là vecchi giardinieri e domestici puntellano rami secchi e vendono i semi migliori per pagare il concime per gli alberi più vecchi e i rappezzi dei muri della villa. Qualcuno pianta gli alberi nei vasi perché non c’è più un palmo di terra libera. Infilate il cancello con lo stomaco stretto ed uscite all’aria fresca.

Ci tornate per caso sul finire dell’inverno e parlate coi giardinieri. Sono felici di avere salvato quasi tutte le piante e di non aver tagliato neppure un ramo. Dicono che quel giardino “ha tenuto” e ha superato l’inverno meglio degli altri. Dicono che febbraio, in pieno inverno, non è il momento adatto per fare potature. Quel giardino è l’Italia.

Ogni buon giardiniere sa che se non pota a febbraio, in primavera non vedrà fiori né frutti.

Per il mondo l’inverno sta passando, altri hanno potato e vedranno i fiori e i frutti, noi abbiamo ancora tutti gli arbusti, erbacce e tronchi marci imperterriti al loro posto. 

Ma la stagione sta finendo e a maggio è troppo tardi.

I numeri di Brunetta

Come molti sanno, il ministro per la Pubblica Amministrazione e l’Innovazione Renato Brunetta ha portato avanti tra l’esultanza dei più una strenua battaglia a colpi di proclami e provvedimenti contro l’assenteismo nell’amministrazione pubblica.

Dopo aver bollato gli inefficienti e gli assenteisti come Fannulloni, ha diffuso statistiche che rilevavano una miracolosa riduzione dell’assenteismo prodotta dalla sua politica di rigore.

La redazione dell’autorevole blog noiseFromAmerika critica i dati presentati dal ministro sostenendo con ottime ragioni che le statistiche non tengono conto di un preesistente tendenza alla diminuzione e sono per giunta falsate da un effetto di autoselezione del campione.

Infatti, le amministrazioni pubbliche  sarebbero state invitate su base volontaria a fornire i dati sull’assenteismo nei loro ranghi e la redazione suppone, fondatamente, che le amministrazioni virtuose abbiano risposto in massa, mentre le meno virtuose abbiano evitato di rispondere per allontanare da loro il discredito e l’ira funesta del ministro pubblicamente contraddetto nelle sue trionfali dichiarazioni.

L’analisi della redazione del blog è probabilmente ineccepibile, ma il problema non è di Brunetta.

E’ il cittadino medio che ha una percezione distorta dei numeri.

Essa fa sì che abbia timore di prendere l’aereo ma non la macchina, che abbia più paura dell’influenza A che degli effetti letali del fumo e dell’alcool, che fomenti allarme sociale per reati numericamente irrilevanti, che ritenga meritorio spendere risorse per la cura delle malattie rare.

Questo è fisiologico e quindi inevitabile; i più sono lontani dai numeri quanto lo sono dai temi della filosofia. Questo Brunetta lo sa, come ogni buon politico.

Poco importa però che la riduzione dell’assenteismo ci sia stata davvero, importa invece che un governo abbia attaccato pubblicamente la cultura della garanzia del posto di lavoro e ne abbia ricevuto in cambio non insulti ma ovazioni di massa, con le quali ogni governo futuro d’ora in poi dovrà fare i conti.

Se il ministro sta attento a non screditare la sua battaglia, il Paese avrà fatto un passo verso la cultura del lavoro e non del posto.

Canone RAI legge fascista

La RAI mi ha inviato l’ennesima richiesta di pagamento del canone televisivo.

E’ oramai assodato che la RAI manda sistematicamente queste lettere minatorie a tutti i residenti iscritti all’anagrafe e a cui non corrisponda un abbonamento radiotelevisivo.

Prima di cestinarla questa volta la leggo e scopro che curiosamente la RAI fonda le sue pretese di pagamento del canone su una legge fascista ancora in vigore:

 il Regio Decreto Legge n. 246 del 21 febbraio 1938 “Disciplina degli abbonamenti alle radioaudizioni”

 Che all’articolo 1 recita:

 ”Chiunque detenga uno o più apparecchi atti od adattabili alla ricezione delle radioaudizioni è obbligato al pagamento del canone di abbonamento, giusta le norme di cui al presente decreto.
La presenza di un impianto aereo atto alla captazione o trasmissione di onde elettriche o di un dispositivo idoneo a sostituire l’impianto aereo, ovvero di linee interne per il funzionamento di apparecchi radioelettrici, fa presumere la detenzione o l’utenza di un apparecchio radioricevente.”

Notate che la presunzione di detenzione sancita dal secondo comma è un procedimento tipicamente fascista di inversione dell’onere della prova, ed è stato esteso per analogia dalla RAI ben oltre la fantasia dei fascisti stessi, ad affermare che la generica possibilità di possedere un apparecchio televisivo (come per esempio il fatto di essere vivo ed iscritto all’anagrafe) faccia presumere che lo si possieda, anzi lo si “detenga” come se si trattasse di una partita di droga o di armi.

Faccio una rapida ricerca e mi rendo conto di come il regio provvedimento sia stato solo il preludio di una lunga serie di provvedimenti di identica estrazione culturale emessi subito dopo.

 Eccoveli in tutta la loro magnificenza:

 R.D.L. 21 febbraio 1938, Disciplina degli abbonamenti alle radioaudizioni

R.D.L. 5 settembre 1938, Provvedimenti per la difesa della razza nella scuola fascista

R.D.L. 7 settembre 1938, Provvedimenti nei confronti degli ebrei stranieri

R.D.L. 23 settembre 1938, Istituzione di scuole elementari per fanciulli di razza ebraica

R.D.L. 15 novembre 1938, Integrazione e coordinamento in testo unico delle norme già emanate per la difesa della razza nella Scuola Italiana

R.D.L. 17 novembre 1938, Provvedimenti per la razza italiana

       Sorpresi? E di che?

La lettera della RAI ha trovato la sua giusta collocazione nel cestino della carta straccia.

Mi auguro che quanto prima la cultura che vi è alla base trovi la sua giusta collocazione nella spazzatura della storia.